Per la memoria del cinema digitale italiano
La memoria sembra una proprietà intrinseca del digitale. Siamo abituati a pensare il web come un archivio spontaneo dove i dati si accumulano all’infinito e ogni traccia è un'informazione indelebile. Siamo abituati a pensare hard disk & co. come depositi stabili. Li chiamiamo dispositivi di memoria.
Questa visione ingenua deve arrendersi all'evidenza che anche i dati digitali vanno perduti per sempre. Per giunta, in momenti imprevedibili. Innumerevoli informazioni sono diventate inaccessibili nel corso del tempo per la fisiologica avaria dei supporti ottici o magnetici. È l'altra faccia della leggerezza del digitale: falsa sicurezza, evanescenza, dispersione.
Il rischio dell’oblio incombe naturalmente anche su tutta l’industria cinematografica, da quando ha lasciato la pellicola dietro di sé. È un rischio nuovo che coglie il cinema impreparato.
Mentre le consolidate pratiche di conservazione della celluloide andavano fuori corso, nella mente dei produttori e di molti altri operatori del settore non erano sostituite da metodologie aggiornate al digitale, bensì da quella visione ingenua di una memoria facile, scontata, praticamente automatica.
Tranne che presso le major e le piattaforme globali, le opere originali, i loro master, i loro asset essenziali che alimentano il catalogo storico e tutte le future forme di valorizzazione dell’opera, si affidano con wishful thinking a dispositivi digitali presunti (quasi) eterni.
Il rischio inerente la decadenza fisica dei dispositivi si somma a quello legato alle pratiche fossili del passato che proseguono per pura inerzia. Produttori che mantengono un archivio domestico senza competenze IT, o che lo affidano de facto ai laboratori di post-produzione senza un esplicito contratto, scaricando su di loro gravi oneri in termini di spazio fisico occupato, energia consumata, responsabilità di custodia. È un’economia dominata dai costi sommersi e dal rischio.
Emblema di questo stato dei fatti è lo scantinato pieno di nastri e hard disk che forse ancora funzionano, di cui forse qualcuno ricorda l’esistenza. O forse non più.
Inutile soffermarsi sul tesoro che è il cinema, in particolare il cinema italiano. La nostra Legge cinema e audiovisivo (220/2016) vi riconosce:
«attività di rilevante interesse generale, che contribuiscono alla definizione dell'identità nazionale e alla crescita civile, culturale ed economica del Paese, favoriscono la crescita industriale, promuovono il turismo e creano occupazione, anche attraverso lo sviluppo delle professioni del settore».
In questa descrizione si sovrappongono due aspetti:
Da questi due limiti emerge il grande vuoto della legislazione italiana:
manca la protezione del valore nel tempo.
Anche il diritto è inficiato dalla visione ingenua della memoria digitale. L'obbligo di deposito e verifica documentale previsto per accedere a fondi o al Tax Credit è un requisito serio, ma resta principalmente un adempimento amministrativo e finanziario che serve a certificare l'esistenza del prodotto e la spesa sostenuta.
Quello che la legge non impone è la conservazione patrimoniale a lungo termine. Nessuno è obbligato a tutelare l’opera dai rischi di obsolescenza e oblio del digitale. Nessuno è obbligato a garantire che il master (DCDM, DSM) sia accessibile, integro e utilizzabile fra 5, 10 o 50 anni per un restauro in 8K, per un rilascio su una nuova piattaforma, per la creazione di opere derivate, per la cessione di licenze future.
Dimenticare la difesa del patrimonio digitale è una visione senza prospettiva, un conto in perdita sia economica che culturale.
La lacuna normativa va di pari passo con il ritardo tecnologico, in particolare il mancato riconoscimento “ufficiale” dell’infrastruttura tecnologica che ha raggiunto i vertici della graduatoria di affidabilità per la conservazione digitale: il cloud.
Proprio a partire dal tema del cloud è utile un confronto con lo scenario francese.
La Commissione superiore tecnica dell'immagine e del suono (CST) fa da guida alla legislazione d’oltralpe in materia e così si esprime a proposito del cloud nel suo documento di raccomandazione più recente, del 12 maggio 2025 (CST-RT-043):
«il cloud risponde, in una singola politica di conservazione, sia ai requisiti per la durabilità a lungo termine sia a quelli per la rapida accessibilità, per le opere future»
grazie ai suoi
«vantaggi intrinseci in termini di ridondanza e praticità operativa, sollevando l'utente dalla gestione diretta dei supporti».
L’aspetto cruciale è la netta distinzione tra due forme di conservazione:
«In contropartita dell'attribuzione degli aiuti alla produzione e alla preparazione delle opere cinematografiche di lunga durata, le imprese di produzione assicurano la preservazione di tali opere al fine di consentirne uno sfruttamento durevole, coerente con la loro vocazione patrimoniale».
Per ottenere i finanziamenti, i produttori francesi devono onorare un secondo e decisivo obbligo oltre a quello del deposito legale: presentare al CNC:
«il contratto con un prestatore tecnico per garantire la messa in sicurezza degli elementi materiali dell'opera per una durata di almeno cinque anni.»
Normativa lungimirante nel senso più autentico della parola, che fonde cultura e business con naturalezza.
Le fanno da sostegno le autorevoli raccomandazioni della CST, a cominciare dalle quattro condizioni necessarie della conservazione orientata alla valorizzazione perpetua:
La CST sottolinea anche due altri importanti presupposti:
«Una politica di conservazione non può limitarsi alla sola archiviazione dei file. … La conservazione sostenibile dei file multimediali in condizioni di utilizzabilità e i servizi complementari che la accompagnano richiedono la padronanza di molteplici settori tecnici e tecnologici in continua evoluzione. Si tratta di un mestiere a sé stante.»
Mentre chissà quante opere attendono da qualche parte la loro apocalisse di indecifrabilità, il tempo stringe in Italia per adottare un approccio di monitoraggio e salvaguardia delle opere cinematografiche digitali che sia finalmente professionale, regolamentato e a prova di futuro.
Per colmare il vuoto bisogna innanzitutto:
Solo questa particolare implementazione della conservazione, infatti, permette di continuare ad estrarre valore indefinitamente dalle opere realizzate, mantenendole vive cioè sempre vicine al mercato, invece di tenerle al sicuro in un caveau ma lontane dal pubblico, o peggio, abbandonarle alla provvidenza.
Questa valorizzazione perpetua del patrimonio digitale deve basarsi su tre principi che rispecchiano direttamente gli interessi del produttore e indirettamente quelli della collettività:
La combinazione di queste condizioni dà luogo a uno scenario inedito e virtuoso: bonifica l’attuale palude del rischio trasformandola nel terreno coltivabile di un nuovo mercato di servizi, da cui vantaggi competitivi per tutto il settore.
Parte della virtù è l’emersione dei rapporti di servizio occulti, con i relativi costi. Questi accordi informali o taciti disperdono valore e responsabilità in caso di una serie di abusi possibili: mancata manutenzione, appropriazioni indebite di interi cataloghi affidati a terzi, attacchi hacker come il ransomware, ecc.
La regolarizzazione dei rapporti implica una modifica strutturale della spesa: da un impegno occasionale però gravoso, senza controllo, e con incerta resilienza, a un impego piccolo ma continuo, associato a pieno controllo e grande affidabilità.
È un profondo cambiamento culturale che potrà essere facilitato dalle seguenti azioni:
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